Brividi che solo la bicicletta sa dare. E se non venite al Bike Pride 2012 a Torino il 3 giugno dopo averlo visto vuol dire che siete degli insensibili!
Etichette: #salvaiciclisti, Bike Pride, Bike Pride 2012, Torino
Brividi che solo la bicicletta sa dare. E se non venite al Bike Pride 2012 a Torino il 3 giugno dopo averlo visto vuol dire che siete degli insensibili!
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Alberto Fiorillo, autore di “nobici”, racconta le diverse categorie di ciclisti, da quello della domenica al ciclista impegnato, concentrandosi sul mondo dei ciclisti urbani, quelli che danno un grande contributo alla mobilità cittadina anche in termini di riduzione del traffico e dell’inquinamento.
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Lo confesso, ogni volta che mi capita tra le mani un libro che parla di biciclette mi subentra un senso di nausea diffusa, certo di trovarmi davanti all’ennesimo ammasso di fogli imbrattati di cui avrei voluto volentieri fare a meno.
Non sono un patito della tecnica e ho imparato da bambino a regolare il cambio, i racconti di viaggio mi inducono sonnolenza, le imprese di Coppi, Bartali, Merckx, Pantani e compagnia pedalante non le posso più sentire, non me ne frega niente dell’evoluzione del marchio storico della Bianchi dal 1885 ad oggi, per non parlare poi delle meravigliose escursioni della rock star di turno che racconta quanto sia magnifico gironzolare per Tokyo in sella alla propria bici da tournée.
Reblogged from Rassegna Stanca:
Vorresti fare la rivoluzione ma invece che contro i cosacchi devi lottare contro gli hashtag? Con questo interrogativo #minculpop di precaria.org presenta il corso gratuito di formazione sui media sociali per i movimenti.
Domani a Milano si ragiona delle strategie usate da alcuni movimenti negli ultimi anni: #salvaiciclisti, Movimento 5 stelle, Popolo Viola.
Insomma, #salvaiciclisti fa scuola!
Per info: http://www.precaria.org/minculpop-mini-corso-sui-media-sociali-seconda-parte.html
Il 3 giugno a Torino, con partenza alle ore 15.00 dal Parco del Valentino, ci sarà il Bike Pride una grande parata di biciclette festose provenienti da tutta Italia che inonderà la città per chiedere alle amministrazioni interventi concreti a favore della ciclabilità e della sicurezza dei ciclisti. Questa edizione sarà sotto il segno di #salvaiciclisti, in continuità con la grande manifestazione tenutasi il 28 aprile a Roma.
Per l’occasione, Alessandro di amicoinviaggio, ha deciso di dare visibilità all’evento e a #salvaiciclisti, pedalando per tutto il tragitto da Roma a Torino. Abbiamo fatto alcune domande ad Alessandro per saperne di più (l’intervista originale è stata pubblicata su bicizen).
Come nasce l’idea del viaggio Roma – Torino?
Dalla voglia di partire per l’ennesimo viaggio in bicicletta, innanzitutto. Però questa è anche la prima volta che mi viene in mente di “associarlo” a qualche causa o messaggio importante, nello specifico all’evento Bike Pride/#salvaiciclisti. Come già successo in passato infatti, sicuramente farò diversi incontri e conoscenze lungo la strada, come al solito la gente mi chiederà dove vado con una bicicletta così carica e perché, e a quel punto non aspetto altro di rispondere che andrò a Torino per il Bike Pride del 3 giugno, che si tratta di un appuntamento importante oltre che divertente, organizzato insieme a #salvaiciclisti, una campagna che da più di tre mesi sta chiedendo alla politica interventi mirati per la sicurezza in strada di chi si muove a piedi e in bicicletta
Per questa avventura, sarai da solo o avrai dei compagni di viaggio?
Partirò da solo ma chi vuole può aggregarsi per fare qualche chilometro in mia compagnia, seguendo gli aggiornamenti che ogni tanto pubblicherò sul sito e sapendo quindi dove mi trovo. Ad esempio nelle tappe Siena – Firenze e forse anche Firenze – Pisa ci sarà con me Luca dell’associazione Fiab Firenze. Ad ogni modo non si è mai soli in un viaggio del genere, anzi,più si parte soli e più si finisce in compagnia. Un cicloviaggiatore suscita sempre simpatia e curiosità tra i passanti; le persone spesso ti fermano, ti chiedono, hanno voglia di scambiare quattro chiacchiere. Cosa che invece succede di meno se si viaggia con qualcuno. Le prime tre sere inoltre mi fermerò presso delle strutture religiose lungo il percorso della via Francigena, dove sicuramente ci sarà modo di conoscere altri pellegrini, che più probabilmente a differenza mia staranno procedendo verso sud, in direzione di Roma.
Che cosa ti aspetti da questa esperienza?
L’obiettivo è far conoscere #salvaiciclisti e diffonderne il messaggio a quante più persone possibile. Anche per questo monterò sulla bicicletta una bandiera con il logo della campagna che porterò con me a Torino. Sul web in molti ne sono già al corrente ma così non è per chi non è un assiduo frequentatore di internet. E’ necessario e utile mostrarsi in strada, parlare con le persone dal vivo, metterci la faccia. A Roma tutto questo è già stato fatto il 28 aprile, con il Bike Pride sarà lo stesso a Torino, e io nel mio piccolo farò ciò che posso nei 700 chilometri che separano le due città.
Che cosa rappresenta per te #salvaiciclisti?
#Salvaiciclisti per me è un’occasione unica di coinvolgimento delle persone nel miglioramento delle proprie città. Non è una campagna pro-ciclisti né tanto meno anti-automobilisti. #Salvaiciclisti rappresenta la prima importante tappa di un processo che definirei “olandizzazione”, e che vorrei investisse presto l’Italia, un Paese che sulle questioni della mobilità sostenibile è indietro anni luce rispetto al nord Europa. Più in generale #salvaiciclisti è stato un modello esemplare di cittadinanza attiva e di partecipazione.
Quali saranno a tuo avviso i risultati futuri del movimento “#salvaiciclisti”?
È difficile dire quali saranno i risultati e probabilmente non sono nemmeno la persona indicata a rispondere. Posso dire però quali sono le mie speranze: vedere circolare sempre più biciclette, non leggere più notizie di incidenti mortali tra i ciclisti in città, insomma, portare a termine l’olandizzazione che ho citato prima. Non dobbiamo inventare nulla per fortuna, in altri paesi le cose funzionano, si tratta semplicemente di copiare.
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Zigzagando sul web, ho trovato una intrigante possibilità di riutilizzo del componenti della bicicletta: trasformarli in sexy toys. Un’azienda californiana, la TheInnerWorks, ha infatti realizzato una linea completa di gadget erotici riciclando vecchie camere d’aria, catene, copertoni e raggi che, anziché finire in discarica, rinascono sotto forma di frustini, manette e bracciali vari (prezzi dai 10 ai 50 dollari).
Diciamo che il fetish-bondage non è il mio genere, ma riflettevo su una cosa: mentre la bici, anche da decrepita, si presta a innumerevoli funzioni e trasformazioni, l’automobile non ispira tante fantasie (figuriamoci quelle sessuali). Un radiatore, ad esempio, oppure un tubo di scappamento, anche sforzando al massimo l’immaginazione, restano sempre un radiatore e un tubo di scappamento: componenti noiose di un oggetto banale.
Etichette: automobile, bicicletta, design, riciclaggio, sexy toys
Pubblico un breve estratto del libro No Bici, che verrà presentato mercoledì prossimo a Roma da Alberto Fiorillo (l’autore), da Angelo Melone (Repubblica.it), da Paolo Bellino (#salvaiciclisti), da Vittorio Cogliati Dezza (presidente Legambiente), Francesco Ferrante (primo firmatario della proposta di legge pro ciclisti urbani). Letture di Giselle Martino (#salvaiciclisti).
Se vi piace l’estratto venite alle 18.00 alla presentazione da Feltrinelli (in via Vittorio Emanuele Orlando, 78-81). Se non vi piace, venite a dirmelo in faccia se avete il coraggio (sempre alle 18.00 da Feltrinelli ovviamente).
Vivo in una metropoli del centro Italia piena di monumenti, chiese e ministeri, ma preferisco non svelarne il nome per ragioni di privacy. Vedo biciclette ovunque. Vedo biciclette appollaiate dietro le ringhiere dei balconi, vedo biciclette ritratte sui manifesti pubblicitari col compito di offrire una sbarazzina e giovanile scenografia ai piazzisti di telefonini, conti correnti, polo di piqué, addirittura automobili. Vedo biciclette dal benzinaio promesse come premio all’automobilista fedele. Vedo biciclette incatenate ai segnali stradali che prima scompare il sellino, poi una ruota, poi tutt’e due finché restano mutilate ad appassire di ruggine. Vedo bici straripanti di glamour nelle boutique trendy del centro. Vedo mountain bike caricate su pick up puzzoingombranti per andare a scovare sentieri vuoti di traffico e smog…
Vedo biciclette ovunque, tranne che in strada. Lì vedo solo automobili, il solito ingorgo di un giorno qualsiasi. A dire il vero, confermando il postulato del teorema di Bernouilli, ogni tanto, raramente e comunque solo quando non piove e non minaccia di piovere, non fa troppo caldo e non fa troppo freddo, non si rischia di sudare o di sgualcire il tailleur, capita di vedere una persona su una di quelle biciclette che vedo ovunque e che quella persona sia addirittura intenta a pedalare. Visione sperduta e fugace – ora c’è, ora non c’è più – rimpiazzata in breve dalla routine del traffico.
Certo, lo so, la metropoli piena di buche, sampietrini e auto blu dove vivo non è l’unico centro urbano di questo Paese. Ci sono posti dove andare in bici è normale. E so anche che – persino in quelle città dove per vedere tanti adulti che pedalano bisogna aspettare una tappa del Giro d’Italia – la bici non è più considerata il mezzo sfigato dello sfigato o il rimprovero itinerante mosso da ecologisti boy scout alla società consumista e sprecona. La bici contemporanea, anzi, è sempre più cool, è per molti giovani una cosa che non “ti” porta, ma “si” porta. S’indossa come un capo di abbigliamento, è l’abito del dandy e dell’hipster, del fighetto e del controfighetto. Come dire: l’apparenza in canna. Inoltre la bici è ecologica ed economica, è un motus symbol, una critical mass, il tratto distintivo dello snob e della “sciura”, la recente e immacolata icona dei pubblicitari, il simpatico gadget per l’assiduo cliente, l’attrezzo sportivo, la beauty farm, l’antitrombotico naturale, il giocattolo del bimbo, la compagna di passeggiate, persino un’idea filosofica, un mantra, il paradigma della lentezza o della velocità umana e non motorizzata, il tramite per riscoprire il proprio corpo e il proprio io.
Nonostante tutto quello che è o rappresenta, nella mia metropoli piena di rovine, tonache e onorevoli così come nella maggioranza delle nostre città, l’uso della bici resta marginale, inconsistente, impalpabile. O magari resta marginale, inconsistente, impalpabile anche a causa di tutti i simboli e le metafore che hanno esageratamente appesantito la macchina più leggera che esiste. Proprio questa ridondanza di significati mi spinge, di tanto in tanto, a sognare città “No Bici”. O meglio città dove le bici (e tutti gli altri veicoli) siano unicamente, semplicemente, banalmente mezzi di trasporto.
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