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In Francia arriva la scatola nera per moderare la velocità delle auto

22 giu

scatola_neraOltre che sugli aerei, la scatola nera potrebbe tra non molto diventare obbligatoria anche sulle auto francesi. Il Cnrs, il Consiglio nazionale della sicurezza stradale, sta lavorando all’introduzione di un “registratore di dati sull’incidentalità”, per memorizzare lo stile di guida del guidatore. Lo strumento dovrà fornire indicazioni utili sui 30 secondi che precedono un eventuale incidente, offrendo informazioni su frenata, velocità, uso della cintura di sicurezza,  funzionamento degli airbag. La scatola nera, osserva il Cnrs, avrebbe il duplice vantaggio di responsabilizzare gli automobilisti spingendoli al rispetto delle regole e di avere informazioni dettagliate sulle circostanze che hanno provocato un sinistro. “E’ l’intervento migliore – sottolinea Frédéric Péchenard, delegato interministeriale per la sicurezza stradale – per contrastare l’eccesso di velocità sulle nostre strade”.

Attualmente solo negli Stati Uniti la scatola nera sulle auto è molto diffusa. Pur non essendo obbligatoria, è comunque presente sul 96% delle vetture di nuova generazione. In Europa la presenza di questo strumento di controllo è sollecitata dal piano comunitario della sicurezza stradale.

Il ciclista? E’ pericoloso e indisciplinato. Un secolo di accuse contro chi pedala

22 nov

Il refrain che batte sull’indisciplina del ciclista non nasce oggi, ha più di un secolo di storia alle spalle. Dagli anni in cui la bici s’impone come mezzo di trasporto, chi pedala è sempre stato messo sulla graticola per la sua presunta pericolosità rispetto agli altri utenti della strada, anche se l’evidenza – da sempre – testimonia il contrario. Pubblico alcuni estratti di un bel saggio dello storico Carlos H Caracciolo pubblicato sulla rivista Lancillotto e Nausica: Salvate le zanzare. La bicicletta e lo spazio stradale durante il ventennio fascista.

[Negli anni Venti] il traffico stradale è un teatro in cui quotidianamente la società esprime se stessa: logiche, priorità, contraddizioni, tensioni, gerarchie si manifestano attraverso codici, regolamenti e comportamenti concreti. […] Nonostante il loro numero piuttosto esiguo, le automobili ormai la facevano da padrone sulle vie cittadine e di campagna. […] L’opinione dominante all’epoca rispondeva alla logica del diritto alla velocità, ovvero del diritto della velocità. […] Uno studioso della circolazione stradale, Piero Gambarotta, poteva affermare: «il fine essenziale dell’automobile, e cioè della circolazione moderna, è la velocità», e quindi «bisogna assecondarla in tutti i modi». Anzi, occorre «permettere all’automobile di correre, poiché questo è il suo scopo, questa la ragione per la quale è venuta al mondo». Gambarotta asseriva che l’automobilista deve diventare “davvero” il «re della strada, re rispettato e non detestato, e anche un po’ temuto (il che non guasta)». Tutto ciò in virtù dei diritti della velocità, i quali devono essere «finalmente e ufficialmente precisati e resi noti a tutti». Dal canto suo, l’Automobile Club Italiano (allora Raci) annunciava «il crepuscolo della bicicletta»: il ciclista era solo un «povero paria della strada, che si vale della bicicletta perché i suoi mezzi non gli permettono di valersi dell’automobile », e la bicicletta era ormai destinata a diventare un «ordigno preistorico». […]

Intanto i quotidiani riportavano ogni giorno le cronache di incidenti stradali. L’incompatibilità della circolazione ciclistica e automobilistica si rifletteva infatti nel crescente e allarmante numero di sinistri. La sicurezza stradale diventò un argomento all’ordine del giorno per le autorità ad ogni livello. Secondo le statistiche pubblicate dal comune di Milano, durante il 1929 furono investiti 840 pedoni: dei quali 412 da automobilisti, 36 da motociclisti, 208 dai tram, 129 da carri e furgoni, e 53 da biciclette. Si deve considerare che il numero di veicoli in circolazione a Milano era allora di circa 11.500, tra autovetture private e pubbliche, più una cinquantina di autobus, di fronte a non meno di centomila biciclette. Malgrado queste cifre, il ciclista non poté togliersi la cattiva fama di utente della strada indisciplinato e pericoloso e lo si cominciò a chiamare «zanzara della strada», benché – dopo il pedone – fosse quello più a rischio sulla strada. Le accuse sulla responsabilità degli incidenti si incrociavano tra i diversi interessati: pedoni, automobilisti, ciclisti. Ma questi ultimi, malgrado fossero sempre assolti dalle statistiche venivano il più delle volte considerati come i maggiori responsabili delle sciagure stradali. «Non esitiamo a credere che la gran parte degli incidenti luttuosi della strada sia determinata, direttamente o indirettamente, dalla imprudenza, o addirittura dalla incoscienza di ciclisti…», si leggeva in un saggio di diritto stradale. Secondo “Il Politecnico”, la storica e prestigiosa rivista di scienza e tecnologia applicata, i ciclisti erano i massimi responsabili dell’insicurezza stradale perché «non si curano di nessuno dei loro doveri, e […] quasi sempre sono le cause principali degli incidenti spesso gravi e mortali».

Macché incidenti. Pedoni e ciclisti secondo l’Aci non sono vittime, si suicidano

16 nov

Finalmente Aci svela come mai sulle strade italiane muoiano tanti pedoni e tanti ciclisti, circa mille ogni anno. Non sono vittime di incidenti, si sono suicidati. Lo spiega bene il presidente dell’Aci Nuoro Pierpaolo Seddone, intervistato dalla stampa sarda dopo l’ennesima vittima della strada nella sua provincia. Seddone è un ex pilota, 23 anni di carriera tra rally e fuoristrada, ne ha viste tante e ha un sacco di esperienza che lo porta ad affermare senza possibilità di smentita : “Io quando guido sono molto attento e gli unici incidenti che ho avuto è stato per colpa di tre pedoni che mi sono venuti addosso“. Si tratta di suicidi, appunto, non di vittime. E sono suicidi anche i ciclisti, secondo Seddone: “I ciclisti sulle strade sono il pericolo peggiore, inoltre in provincia praticamente non esistono le piste ciclabili, una circostanza che fa sì che l’automobilista non rispetti, come invece dovrebbe, il ciclista”.

Propongo di aggiungere uno slogan alle iniziative #salvaiciclisti che oggi chiedono in decine di città italiane #bastamortinstrada:

#bastacazzate, per favore!

Sventolatela davanti ai sindaci che dicono “impossibile”. Un’intera città italiana a 30kmh

16 nov

Ecco il primo, concreto successo di #salvaiciclisti. La delibera del Comune di Reggio Emilia che istituisce la Zona 30 cittadina, il limite di velocità di 30kmh in tutto il centro abitato. Fatela vedere ai sindaci, a quelli che dicono che è impossibile, a quelli che non sanno cosa rispondere e a quelli che non rispondono proprio. Portatela oggi pomeriggio a #bastamortinstrada, sventolatela davanti agli amministratori che promettono interventi che (forse) faranno vedere i loro effetti tra vent’anni, anziché muoversi adesso.

L’anno duemiladodici addì o2 del mese di ottobre, Reggio Emilia, città di 172.000 abitanti, “dichiara zona 30 l’intera rete stradale ricadente all’interno del centro abitato ad eccezione della viabilità principale”. La moderazione della velocità entra in vigore su 484 dei 569 chilometri di strade del territorio comunale.

Se domani tocca a te morire in un incidente stradale

15 nov

white bikeIl dibattito sulla sicurezza stradale di chi si sposta in bici è spesso parziale, ispirato da una lettura approssimativa delle statistiche e delle esperienze disponibili o, peggio, muove le mosse da pregiudizi fondati su una serie di luoghi comuni alimentati dai media o da scaltri e interessati addetti ai lavori.

Proviamo allora insieme a fare una macabra previsione: tra un mese esatto è il tuo turno, tocca a te morire in un incidente stradale mentre stai pedalando sulla tua bicicletta. Però sei fortunato. Prima del fattaccio ti viene data l’opportunità di cambiare le regole che governano la mobilità e, se fai le scelte giuste, se riesci almeno a dimezzare il rischio di incidentalità stradale nella tua città – puoi sperare di sopravvivere. Hai fatto tutti i riti apotropaici del caso? Bene, procediamo.

1) La tua scelta è la protezione passiva. Dunque da ora in poi indossi il casco. Risultato: sei morto! La specifica norma comunitaria che definisce i requisti degli elmetti per biciclette, skateboard e pattini (omologazione EN 1078) prevede che i caschi garantiscano un’apprezzabile protezione solo fino a velocità d’impatto di 25/30 chilometri orari.

2) La tua scelta è farti vedere. Dunque da ora in poi riempi te stesso e la bici di luci e catarifrangenti. Risultato: sei morto! La quasi totalità degli incidenti che coinvolgono i ciclisti avvengono di giorno, in condizioni di luminosità spesso ottimali. Degli ultimi dieci omicidi stradali di un ciclista, uno solo si è verificato al crepuscolo, gli altri sono avvenuti di mattina o nel primo pomeriggio.

3) La tua scelta è la tolleranza zero nei confronti di ubriachi e drogati. Risultato sei morto! Anzi sei morto due volte! Prima che gli effetti di pene più severe facciano sentire i loro effetti sulla sicurezza stradale, il tuo mese è passato e tu fai in tempo a partecipare al tuo funerale e pure a varie cerimonie annuali alla memoria. E poi il tuo obiettivo qual è? Vendicare la tua morte o sopravvivere? Inoltre, bisogna leggere con attenzione le cifre: l’ultima volta che Aci e Istat hanno analizzato statisticamente il fenomeno (nel 2008) è stato rilevato che gli incidenti con morti e feriti  imputabili a un alterato stato psico-fisico del conducente sono il 3,12 per cento del totale. Si tratta, approssimativamente, di 135 casi su 3.860. La quasi totalità delle vittime della strada è provocata da persone in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.

La Stampa, 14 Novembre 1966

4) La tua scelta è la sensibilizzazione e la promozione di un cambiamento culturale. Risultato: sei morto! Dal 1946 a oggi sono state uccise da incidenti stradali 481.000 persone, circa 40.000 in più rispetto alle vittime italiane della seconda Guerra Mondiale. E’ dagli anni Sessanta, dalla motorizzazione di massa, che si parla di promuovere campagne di educazione a partire dai più piccoli, dalle scuole. Non dico che non vada fatto, ma anche ammesso che partisse ora un progetto serio ed efficace, prima di vedere risultati apprezzabili serviranno diverse generazioni e altre migliaia di funerali oltre al tuo.

5) La tua scelta sono le piste ciclabili. Risultato: sei morto! La via infrastrutturale verso la sicurezza e la ciclabilità è impraticabile per tantissimi motivi.  A parte i soldi, è tecnicamente impossibile, ad esempio, realizzare una ciclabile in ognuno dei 68.267 chilometri che costituiscono la sola viabilità ordinaria all’interno dei comuni capoluogo. E anche se fosse possibile, considerando il ritmo di crescita delle ciclabili urbane nell’ultimo ventennio, servirebbero 649 anni e mezzo per assicurare  una rete completa di strade riservate alle due ruote. Se non t’ha ammazzato prima l’incidente, fai in tempo a morire tu e tutta la tua progenie prima di vedere qualcosa di decente.

6) La tua scelta è la messa in sicurezza delle strade, delle rotatorie, della pavimentazione stradale, dell’illuminazione notturna. Risultato: sei morto! Il pessimo stato delle infrastrutture o la loro inadeguatezza (buche, scarsa illuminazione, rotatorie malprogettate…), sempre secondo le statistiche, è responsabile di una percentuale di incidenti compresa tra lo 0,4 e il 2,3%.

7) La tua scelta è affidare il tuo destino agli amministratori pubblici, perché sono più competenti di te. Risultato: sei morto! Anzi, ma dove vivi? Tu chiedi sicurezza ai sindaci, agli amministratori pubblici, al Parlamento e al Governo e loro ti rispondono che il loro obiettivo al 2020 o al 2030 o al 2050 è… Ma tu hai un mese di tempo, mica puoi aspettare il 2020!

Hai esaurito le tue sette vite da gatto e io devo ancora sgombrare il campo da alcuni potenziali equivoci. Bisogna usare il casco, utilissimo soprattutto se cadi da solo, girare al buio senza luci è istigazione a delinquere, è gravissimo che si possa ammazzare la gente guidando ubriachi e rischiando solo una sonora tirata d’orecchi, bisogna stimolare un cambiamento culturale in questo Paese ed esigere un’azione serie e concreta da parte della classe politica (e non solo rispetto al codice della strada), vanno fatte le ciclabili lungo quelle arterie dove proprio è impossibile garantire una convivenza armoniosa tra vari mezzi di trasporto, bisogna eliminare le trappole presenti nel manto stradale, nelle rotatorie ad alcuni incroci… Bisogna fare tutto questo, però… Però, osservando analiticamente e scientificamente le cause degli incidenti bisogna essere consapevoli che tutto questo può ottimisticamente portare a una riduzione del 6-8& della mortalità. I 282 ciclisti morti ogni ‘anno potrebbero cioè diventare 260. E tu, purtroppo, sei tra quei 260, perché quei 260 non sono vittime delle buche, del buio, di un alcolizzato, ma del mancato rispetto del semaforo o di una precedenza (20%), della guida pericolosa, di una distrazione o del sorpasso azzardato (25,3), di manovre irregolari, del mancato rispetto della distanza di sicurezza, di un’inversione a U (28,2%). E alla guida ci sono persone che nel 97% dei casi sono nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali.

Visto che qualunque sia la causa di un incidente è la velocità (nel 100% dei casi) a determinare la gravità delle conseguenze bisogna per prima cosa agire sulla velocità dei veicoli. Bisogna spiegare agli amministratori pubblici che va ridotta a 30 kmh la velocità nei centri abitati e che va fatto adesso, nell’interesse dei ciclisti, dei pedoni, dei motociclisti, degli automobilisti. Ma non basta. Bisogna capire che gli standard attuali della mobilità non sono la normalità, che è assurdo che il 72% della popolazione si sposti in automobile per fare percorsi che nel 70% dei casi oscillano tra i 1000 metri e i 7 chilometri.

Un’ultima cosa. E’ ovvio, mi auguro che non sia tu a lasciarci le penne. Però io e te dobbiamo sapere, dobbiamo saperlo tutti, che nei 30 giorni che avevi a disposizione per cambiare le regole del gioco 23 persone in bici moriranno davvero, uccise dall’impatto con un veicolo a motore.

Rep.it, nel sondaggio #30elode stravince

10 set

La proposta #salvaiciclisti di limitare a 30 chilometri orari la velocità dei mezzi a motore nei centri abitati è oggetto anche di un sondaggio del quotidiano la Repubblica. Fino ad ora i favorevoli a #30eLode sono nettamente la maggioranza (il 56%), i contrari sono fermi al 43% e pochissimi (l’1%) sono gli indecisi.

L’idea, insomma piace e convince. Continuiamo perciò a promuovere la petizione #30eLode e già che ci siamo votiamo pure il sondaggio di Repubblica.it.

30 all’ora. Subito

5 set

Legambiente aderisce alla petizione #salvaiciclisti per  la riduzione della velocità nei centri abitati a 30 orari

 “Misura necessaria per fermare la strage quotidiana di ciclisti e pedoni”

“Abbassare di venti chilometri orari la velocità dei veicoli in città può evitare ogni anno la morte di mille persone tra ciclisti e pedoni. Quella della riduzione della velocità nei centri abitati dovrebbe dunque essere una priorità per l’esecutivo e per il parlamento, una misura da approvare subito e da rendere operativa in fretta”.

Con queste parole Legambiente ha annunciato la sua adesione alla campagna lanciata dal movimento #salvaiciclisti per chiedere la riduzione delle velocità nei centri abitati a 30 chilometri orari e invita tutti a sottoscrivere on line la petizione #30eLode.

L’introduzione di un limite di velocità più basso comporta esclusivamente vantaggi, sottolinea l’associazione ecologista, rendendo le città più sicure e producendo indubbi benefici dal punto di vista della riduzione della rumorosità, dell’inquinamento atmosferico, dei consumi di carburante. Inoltre in tutte le realtà urbane dove sono state introdotte zone30 o zone20 sono stati notati effetti positivi anche sulla qualità della vita, sulla diminuzione della microconflittualità e sulla coesione sociale, sulla predisposizione a cambiare abitudini rispetto al mezzo di trasporto utilizzato per gli spostamenti, sull’incremento del valore economico delle abitazioni e delle entrate economiche degli esercizi commerciali.

Apparentemente c’è solo una controindicazione: l’aumento dei tempi di percorrenza. In realtà un auto che si sposta in città rispettando il vincolo dei 50 all’ora piuttosto che un limite a 30 kmh guadagna al massimo qualche minuto. Le brusche accelerate appena c’è un tratto di strada libero e la guida aggressiva, infatti, non fanno diminuire in maniera significativa i tempi di percorrenza su un ordinario itinerario urbano. Lo ha dimostrato recentemente un test realizzato a Roma da Legambiente proprio in collaborazione con #salvaiciclisti e Fiab.

Su un circuito di circa sette chilometri l’auto teoricamente più veloce (quella che rispettava l’attuale limite a 50 orari imposto dal Codice della Strada per i centri urbani) ha impiegato 26′ 30” minuti. Quella che viaggiava simulando un limite di 40 all’ora è arrivata in 26′ 50” minuti. Mentre la più lenta (limite a 30 all’ora) ha accusato un ritardo dalla prima di appena 50 secondi. 50 secondi in più che, oggettivamente, non cambiano la vita di nessuno, ma di vite possono salvarne tante.

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