Le futur-bici su cui (forse) non saliremo mai

14 Set

Reverse

Quid

Talvolta l’apparenza in canna. Perché anche se a un mezzo a pedali istintivamente si associa una bici, i prototipi disegnati dagli aspiranti architetti dell’Università Iuav di Venezia hanno poco a che fare con le comuni due ruote. Il “reverse”, tanto per cominciare, di ruote ne ha tre, ha due posti come un tandem, e soprattutto è anfibio: il cupolino fissato sulla parte superiore del telaio ripara dalla pioggia quando ci si sposta su strada, agganciato alla parte inferiore del veicolo si trasforma in uno scafo che permette galleggiabilità e navigazione come un pedalò. Il “quid”, invece, è un triciclo assemblato a rovescio (due gomme anteriori e una posteriore), ha la propulsione assistita elettricamente e una poltrona regolabile per il guidatore, coi braccioli che integrano la funzione dello sterzo.

Le cicloinvenzioni saranno presentate a Padova tra il 22 e il 24 settembre durante Expobici, importante vetrina italiana del settore con oltre 500 stand di case nazionali e straniere protagoniste di una stagione particolarmente favorevole. Il mercato delle bici, infatti, nel 2011 ha visto il fatturato crescere del 2,5 per cento, trainato da un aumento delle esportazioni del 16,6 per cento.

Come nelle altre quattro edizioni, la fiera raccoglie le novità che stanno per essere messe in commercio offrendo ai visitatori l’opportunità di testare le bici su piste che simulano condizioni estreme di utilizzo, dall’asfalto ricco di curve e saliscendi ai terreni super accidentati. L’appuntamento di Padova, come detto, offre pure l’occasione di immaginare le possibili evoluzioni del veicolo

Tricì

mettendo in mostra i “numeri zero” progettati dagli studenti Iuav. Alcuni di questi brevetti, come il “reverse” o il “tricì” (un triciclo su cui si sta semidistesi) sono estremamente originali e forse proprio per questo faticheranno a trovare aziende che li producano in serie. Altri, magari meno appariscenti, sembrano avere qualche chance in più di finire in un negozio. E’ il caso di “fenix”, un modello unisex per l’uso urbano quotidiano: cambia completamente la geometria del telaio, senza però abbandonare la forma triangolare, rendendolo più stabile e facilitando con un assetto ribassato la salita e la discesa dal sellino.

Fenix

I visitatori, infine, troveranno a Padova un’inedita retrospettiva di 18 bici del museo dello storico marchio Pinarello portate al successo da grandi campioni. C’è quella in acciaio con cui Giovanni Battaglin vinse il Giro del 1981, quella in carbonio adoperata nelle cronometro dallo spagnolo Miguel Indurain nel 1994 e ci sono quelle con cui Bradley Wiggins ha appena conquistato il Tour e l’oro alle Olimpiadi di Londra. La più vecchia di tutte, però, è di un’altra ditta, la Bottecchia. Giovanni Pinarello, il fondatore dell’azienda, ci corse il Giro del ‘52 conquistando la maglia nera del peggiore in classifica. Dopo quella performance la sua società sportiva gli offrì 100mila lire per lasciare il posto in squadra a un atleta più giovane e lui utilizzò la somma per mettere in piedi una bottega artigiana a Treviso. Come dire: beati gli ultimi.

(tratto dal Venerdì di Repubblica, 14 settembre 2012)

Una Risposta to “Le futur-bici su cui (forse) non saliremo mai”

  1. lerane 14 settembre 2012 a 07:03 #

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