Pedalo dunque sono

15 Feb

“Il nuovo umanesimo dei ciclisti annulla le differenze di classe, induce all’uguaglianza, riconduce l’esistenza nelle nostre città a tempi e ritmi più sostenibili, trasforma le vie urbane in spazi da scoprire con la cadenza regolare della pedalata e riapre così le porte, in ultima analisi, al sogno e all’avvenire”. Ecco la bicicletta per Marc Augé, un oggetto straordinario che non è soltanto un mezzo di trasporto, uno strumento per compiere imprese memorabili alla Grand Boucle o al Giro d’Italia, un semplice gioco per bambini. E’ la sintesi di tutto un mondo che si muove diversamente, che ricrea piccole frontiere e riscopre il paesaggio, che ha una sua fisicità umana, radicalmente differente da quella meccanica dell’automobile. E’ la filosofia del “pedalo dunque sono” quella che il sociologo francese Marc Augé propone ne “Il Bello della bicicletta”, tradotto in italiano da Bollati Boringhieri (80 pagine, 9 euro). Il teorico dei non luoghi ricostruisce la rivoluzione indotta nel costume e nelle abitudini degli europei con l’avvento del velocipede, pedala tra i Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica e le imprese di Fausto Coppi, assegna alle due ruote un ruolo nella rinascita europea dell’immediato dopoguerra e arriva all’utopia ecologista e democratica contemporanea che mitizza la bici. Realizzare questa utopia – a detta di Augé – ci garantirebbe un destino migliore: un mondo senza petrolio o che comunque consuma molto meno greggio, un mondo con più pace, più muscoli e meno inquinamento, dove l’effetto pedalata sostituisce quell’effetto farfalla, quel battito d’ali in Brasile che – secondo Lorenz – provoca un uragano in Texas. “Oggi i ricercatori in scienze umane – prova a immaginare prevedendo il futuro Augé – si domandano se la teoria del Caos non possa applicarsi in maniera ancora più pertinente all’attualità mondiale. Con l’acuta capacità previsionale retrospettiva che li caratterizza, hanno fatto notare forse tutto partì dall’iniziativa municipale di qualche città del Nord Europa, che aveva voluto in certo modo rendere ufficiale e proteggere la prima pedalata di un cittadino che se ne andava a spasso. L’esempio si diffuse poi a macchia d’olio, come si vide in Francia, prima in qualche piccola città poi a Lione, a Parigi e rapidamente in tutte le altre città francesi, e anche in tutte le grandi metropoli mondiali. Il cambiamento di qualità della vita e il miglioramento della situazione ambientale del pianeta ne sono state in gran parte le conseguenze più ovvie, ma gli effetti collaterali sono stati stupefacenti, in particolare in ambito sociale e politico. Le divisioni tra classi si disfano o crollano. Le potenze petrolifere hanno sempre meno clienti e, in un modo che incanta gli osservatori più materialisti, il proselitismo religioso si è indebolito”. Questo potrebbe essere il futuro, visto da Augé. E chissà che domani non sia davvero così. Il presente, invece, si sposta ancora in automobile.

2 Risposte to “Pedalo dunque sono”

  1. Paolo 23 febbraio 2011 a 15:36 #

    Tu la chiami ciclosofia, io velorution.

    L’importante è capirsi🙂

    • lerane 23 febbraio 2011 a 15:47 #

      velorution è molto più figo!

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