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Il ciclista? E’ pericoloso e indisciplinato. Un secolo di accuse contro chi pedala

22 nov

Il refrain che batte sull’indisciplina del ciclista non nasce oggi, ha più di un secolo di storia alle spalle. Dagli anni in cui la bici s’impone come mezzo di trasporto, chi pedala è sempre stato messo sulla graticola per la sua presunta pericolosità rispetto agli altri utenti della strada, anche se l’evidenza – da sempre – testimonia il contrario. Pubblico alcuni estratti di un bel saggio dello storico Carlos H Caracciolo pubblicato sulla rivista Lancillotto e Nausica: Salvate le zanzare. La bicicletta e lo spazio stradale durante il ventennio fascista.

[Negli anni Venti] il traffico stradale è un teatro in cui quotidianamente la società esprime se stessa: logiche, priorità, contraddizioni, tensioni, gerarchie si manifestano attraverso codici, regolamenti e comportamenti concreti. […] Nonostante il loro numero piuttosto esiguo, le automobili ormai la facevano da padrone sulle vie cittadine e di campagna. […] L’opinione dominante all’epoca rispondeva alla logica del diritto alla velocità, ovvero del diritto della velocità. […] Uno studioso della circolazione stradale, Piero Gambarotta, poteva affermare: «il fine essenziale dell’automobile, e cioè della circolazione moderna, è la velocità», e quindi «bisogna assecondarla in tutti i modi». Anzi, occorre «permettere all’automobile di correre, poiché questo è il suo scopo, questa la ragione per la quale è venuta al mondo». Gambarotta asseriva che l’automobilista deve diventare “davvero” il «re della strada, re rispettato e non detestato, e anche un po’ temuto (il che non guasta)». Tutto ciò in virtù dei diritti della velocità, i quali devono essere «finalmente e ufficialmente precisati e resi noti a tutti». Dal canto suo, l’Automobile Club Italiano (allora Raci) annunciava «il crepuscolo della bicicletta»: il ciclista era solo un «povero paria della strada, che si vale della bicicletta perché i suoi mezzi non gli permettono di valersi dell’automobile », e la bicicletta era ormai destinata a diventare un «ordigno preistorico». […]

Intanto i quotidiani riportavano ogni giorno le cronache di incidenti stradali. L’incompatibilità della circolazione ciclistica e automobilistica si rifletteva infatti nel crescente e allarmante numero di sinistri. La sicurezza stradale diventò un argomento all’ordine del giorno per le autorità ad ogni livello. Secondo le statistiche pubblicate dal comune di Milano, durante il 1929 furono investiti 840 pedoni: dei quali 412 da automobilisti, 36 da motociclisti, 208 dai tram, 129 da carri e furgoni, e 53 da biciclette. Si deve considerare che il numero di veicoli in circolazione a Milano era allora di circa 11.500, tra autovetture private e pubbliche, più una cinquantina di autobus, di fronte a non meno di centomila biciclette. Malgrado queste cifre, il ciclista non poté togliersi la cattiva fama di utente della strada indisciplinato e pericoloso e lo si cominciò a chiamare «zanzara della strada», benché – dopo il pedone – fosse quello più a rischio sulla strada. Le accuse sulla responsabilità degli incidenti si incrociavano tra i diversi interessati: pedoni, automobilisti, ciclisti. Ma questi ultimi, malgrado fossero sempre assolti dalle statistiche venivano il più delle volte considerati come i maggiori responsabili delle sciagure stradali. «Non esitiamo a credere che la gran parte degli incidenti luttuosi della strada sia determinata, direttamente o indirettamente, dalla imprudenza, o addirittura dalla incoscienza di ciclisti…», si leggeva in un saggio di diritto stradale. Secondo “Il Politecnico”, la storica e prestigiosa rivista di scienza e tecnologia applicata, i ciclisti erano i massimi responsabili dell’insicurezza stradale perché «non si curano di nessuno dei loro doveri, e [...] quasi sempre sono le cause principali degli incidenti spesso gravi e mortali».

Macché incidenti. Pedoni e ciclisti secondo l’Aci non sono vittime, si suicidano

16 nov

Finalmente Aci svela come mai sulle strade italiane muoiano tanti pedoni e tanti ciclisti, circa mille ogni anno. Non sono vittime di incidenti, si sono suicidati. Lo spiega bene il presidente dell’Aci Nuoro Pierpaolo Seddone, intervistato dalla stampa sarda dopo l’ennesima vittima della strada nella sua provincia. Seddone è un ex pilota, 23 anni di carriera tra rally e fuoristrada, ne ha viste tante e ha un sacco di esperienza che lo porta ad affermare senza possibilità di smentita : “Io quando guido sono molto attento e gli unici incidenti che ho avuto è stato per colpa di tre pedoni che mi sono venuti addosso“. Si tratta di suicidi, appunto, non di vittime. E sono suicidi anche i ciclisti, secondo Seddone: “I ciclisti sulle strade sono il pericolo peggiore, inoltre in provincia praticamente non esistono le piste ciclabili, una circostanza che fa sì che l’automobilista non rispetti, come invece dovrebbe, il ciclista”.

Propongo di aggiungere uno slogan alle iniziative #salvaiciclisti che oggi chiedono in decine di città italiane #bastamortinstrada:

#bastacazzate, per favore!

Sventolatela davanti ai sindaci che dicono “impossibile”. Un’intera città italiana a 30kmh

16 nov

Ecco il primo, concreto successo di #salvaiciclisti. La delibera del Comune di Reggio Emilia che istituisce la Zona 30 cittadina, il limite di velocità di 30kmh in tutto il centro abitato. Fatela vedere ai sindaci, a quelli che dicono che è impossibile, a quelli che non sanno cosa rispondere e a quelli che non rispondono proprio. Portatela oggi pomeriggio a #bastamortinstrada, sventolatela davanti agli amministratori che promettono interventi che (forse) faranno vedere i loro effetti tra vent’anni, anziché muoversi adesso.

L’anno duemiladodici addì o2 del mese di ottobre, Reggio Emilia, città di 172.000 abitanti, “dichiara zona 30 l’intera rete stradale ricadente all’interno del centro abitato ad eccezione della viabilità principale”. La moderazione della velocità entra in vigore su 484 dei 569 chilometri di strade del territorio comunale.

Se domani tocca a te morire in un incidente stradale

15 nov

white bikeIl dibattito sulla sicurezza stradale di chi si sposta in bici è spesso parziale, ispirato da una lettura approssimativa delle statistiche e delle esperienze disponibili o, peggio, muove le mosse da pregiudizi fondati su una serie di luoghi comuni alimentati dai media o da scaltri e interessati addetti ai lavori.

Proviamo allora insieme a fare una macabra previsione: tra un mese esatto è il tuo turno, tocca a te morire in un incidente stradale mentre stai pedalando sulla tua bicicletta. Però sei fortunato. Prima del fattaccio ti viene data l’opportunità di cambiare le regole che governano la mobilità e, se fai le scelte giuste, se riesci almeno a dimezzare il rischio di incidentalità stradale nella tua città – puoi sperare di sopravvivere. Hai fatto tutti i riti apotropaici del caso? Bene, procediamo.

1) La tua scelta è la protezione passiva. Dunque da ora in poi indossi il casco. Risultato: sei morto! La specifica norma comunitaria che definisce i requisti degli elmetti per biciclette, skateboard e pattini (omologazione EN 1078) prevede che i caschi garantiscano un’apprezzabile protezione solo fino a velocità d’impatto di 25/30 chilometri orari.

2) La tua scelta è farti vedere. Dunque da ora in poi riempi te stesso e la bici di luci e catarifrangenti. Risultato: sei morto! La quasi totalità degli incidenti che coinvolgono i ciclisti avvengono di giorno, in condizioni di luminosità spesso ottimali. Degli ultimi dieci omicidi stradali di un ciclista, uno solo si è verificato al crepuscolo, gli altri sono avvenuti di mattina o nel primo pomeriggio.

3) La tua scelta è la tolleranza zero nei confronti di ubriachi e drogati. Risultato sei morto! Anzi sei morto due volte! Prima che gli effetti di pene più severe facciano sentire i loro effetti sulla sicurezza stradale, il tuo mese è passato e tu fai in tempo a partecipare al tuo funerale e pure a varie cerimonie annuali alla memoria. E poi il tuo obiettivo qual è? Vendicare la tua morte o sopravvivere? Inoltre, bisogna leggere con attenzione le cifre: l’ultima volta che Aci e Istat hanno analizzato statisticamente il fenomeno (nel 2008) è stato rilevato che gli incidenti con morti e feriti  imputabili a un alterato stato psico-fisico del conducente sono il 3,12 per cento del totale. Si tratta, approssimativamente, di 135 casi su 3.860. La quasi totalità delle vittime della strada è provocata da persone in pieno possesso delle proprie facoltà mentali.

La Stampa, 14 Novembre 1966

4) La tua scelta è la sensibilizzazione e la promozione di un cambiamento culturale. Risultato: sei morto! Dal 1946 a oggi sono state uccise da incidenti stradali 481.000 persone, circa 40.000 in più rispetto alle vittime italiane della seconda Guerra Mondiale. E’ dagli anni Sessanta, dalla motorizzazione di massa, che si parla di promuovere campagne di educazione a partire dai più piccoli, dalle scuole. Non dico che non vada fatto, ma anche ammesso che partisse ora un progetto serio ed efficace, prima di vedere risultati apprezzabili serviranno diverse generazioni e altre migliaia di funerali oltre al tuo.

5) La tua scelta sono le piste ciclabili. Risultato: sei morto! La via infrastrutturale verso la sicurezza e la ciclabilità è impraticabile per tantissimi motivi.  A parte i soldi, è tecnicamente impossibile, ad esempio, realizzare una ciclabile in ognuno dei 68.267 chilometri che costituiscono la sola viabilità ordinaria all’interno dei comuni capoluogo. E anche se fosse possibile, considerando il ritmo di crescita delle ciclabili urbane nell’ultimo ventennio, servirebbero 649 anni e mezzo per assicurare  una rete completa di strade riservate alle due ruote. Se non t’ha ammazzato prima l’incidente, fai in tempo a morire tu e tutta la tua progenie prima di vedere qualcosa di decente.

6) La tua scelta è la messa in sicurezza delle strade, delle rotatorie, della pavimentazione stradale, dell’illuminazione notturna. Risultato: sei morto! Il pessimo stato delle infrastrutture o la loro inadeguatezza (buche, scarsa illuminazione, rotatorie malprogettate…), sempre secondo le statistiche, è responsabile di una percentuale di incidenti compresa tra lo 0,4 e il 2,3%.

7) La tua scelta è affidare il tuo destino agli amministratori pubblici, perché sono più competenti di te. Risultato: sei morto! Anzi, ma dove vivi? Tu chiedi sicurezza ai sindaci, agli amministratori pubblici, al Parlamento e al Governo e loro ti rispondono che il loro obiettivo al 2020 o al 2030 o al 2050 è… Ma tu hai un mese di tempo, mica puoi aspettare il 2020!

Hai esaurito le tue sette vite da gatto e io devo ancora sgombrare il campo da alcuni potenziali equivoci. Bisogna usare il casco, utilissimo soprattutto se cadi da solo, girare al buio senza luci è istigazione a delinquere, è gravissimo che si possa ammazzare la gente guidando ubriachi e rischiando solo una sonora tirata d’orecchi, bisogna stimolare un cambiamento culturale in questo Paese ed esigere un’azione serie e concreta da parte della classe politica (e non solo rispetto al codice della strada), vanno fatte le ciclabili lungo quelle arterie dove proprio è impossibile garantire una convivenza armoniosa tra vari mezzi di trasporto, bisogna eliminare le trappole presenti nel manto stradale, nelle rotatorie ad alcuni incroci… Bisogna fare tutto questo, però… Però, osservando analiticamente e scientificamente le cause degli incidenti bisogna essere consapevoli che tutto questo può ottimisticamente portare a una riduzione del 6-8& della mortalità. I 282 ciclisti morti ogni ‘anno potrebbero cioè diventare 260. E tu, purtroppo, sei tra quei 260, perché quei 260 non sono vittime delle buche, del buio, di un alcolizzato, ma del mancato rispetto del semaforo o di una precedenza (20%), della guida pericolosa, di una distrazione o del sorpasso azzardato (25,3), di manovre irregolari, del mancato rispetto della distanza di sicurezza, di un’inversione a U (28,2%). E alla guida ci sono persone che nel 97% dei casi sono nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali.

Visto che qualunque sia la causa di un incidente è la velocità (nel 100% dei casi) a determinare la gravità delle conseguenze bisogna per prima cosa agire sulla velocità dei veicoli. Bisogna spiegare agli amministratori pubblici che va ridotta a 30 kmh la velocità nei centri abitati e che va fatto adesso, nell’interesse dei ciclisti, dei pedoni, dei motociclisti, degli automobilisti. Ma non basta. Bisogna capire che gli standard attuali della mobilità non sono la normalità, che è assurdo che il 72% della popolazione si sposti in automobile per fare percorsi che nel 70% dei casi oscillano tra i 1000 metri e i 7 chilometri.

Un’ultima cosa. E’ ovvio, mi auguro che non sia tu a lasciarci le penne. Però io e te dobbiamo sapere, dobbiamo saperlo tutti, che nei 30 giorni che avevi a disposizione per cambiare le regole del gioco 23 persone in bici moriranno davvero, uccise dall’impatto con un veicolo a motore.

Rep.it, nel sondaggio #30elode stravince

10 set

La proposta #salvaiciclisti di limitare a 30 chilometri orari la velocità dei mezzi a motore nei centri abitati è oggetto anche di un sondaggio del quotidiano la Repubblica. Fino ad ora i favorevoli a #30eLode sono nettamente la maggioranza (il 56%), i contrari sono fermi al 43% e pochissimi (l’1%) sono gli indecisi.

L’idea, insomma piace e convince. Continuiamo perciò a promuovere la petizione #30eLode e già che ci siamo votiamo pure il sondaggio di Repubblica.it.

30 all’ora. Subito

5 set

Legambiente aderisce alla petizione #salvaiciclisti per  la riduzione della velocità nei centri abitati a 30 orari

 “Misura necessaria per fermare la strage quotidiana di ciclisti e pedoni”

“Abbassare di venti chilometri orari la velocità dei veicoli in città può evitare ogni anno la morte di mille persone tra ciclisti e pedoni. Quella della riduzione della velocità nei centri abitati dovrebbe dunque essere una priorità per l’esecutivo e per il parlamento, una misura da approvare subito e da rendere operativa in fretta”.

Con queste parole Legambiente ha annunciato la sua adesione alla campagna lanciata dal movimento #salvaiciclisti per chiedere la riduzione delle velocità nei centri abitati a 30 chilometri orari e invita tutti a sottoscrivere on line la petizione #30eLode.

L’introduzione di un limite di velocità più basso comporta esclusivamente vantaggi, sottolinea l’associazione ecologista, rendendo le città più sicure e producendo indubbi benefici dal punto di vista della riduzione della rumorosità, dell’inquinamento atmosferico, dei consumi di carburante. Inoltre in tutte le realtà urbane dove sono state introdotte zone30 o zone20 sono stati notati effetti positivi anche sulla qualità della vita, sulla diminuzione della microconflittualità e sulla coesione sociale, sulla predisposizione a cambiare abitudini rispetto al mezzo di trasporto utilizzato per gli spostamenti, sull’incremento del valore economico delle abitazioni e delle entrate economiche degli esercizi commerciali.

Apparentemente c’è solo una controindicazione: l’aumento dei tempi di percorrenza. In realtà un auto che si sposta in città rispettando il vincolo dei 50 all’ora piuttosto che un limite a 30 kmh guadagna al massimo qualche minuto. Le brusche accelerate appena c’è un tratto di strada libero e la guida aggressiva, infatti, non fanno diminuire in maniera significativa i tempi di percorrenza su un ordinario itinerario urbano. Lo ha dimostrato recentemente un test realizzato a Roma da Legambiente proprio in collaborazione con #salvaiciclisti e Fiab.

Su un circuito di circa sette chilometri l’auto teoricamente più veloce (quella che rispettava l’attuale limite a 50 orari imposto dal Codice della Strada per i centri urbani) ha impiegato 26′ 30” minuti. Quella che viaggiava simulando un limite di 40 all’ora è arrivata in 26′ 50” minuti. Mentre la più lenta (limite a 30 all’ora) ha accusato un ritardo dalla prima di appena 50 secondi. 50 secondi in più che, oggettivamente, non cambiano la vita di nessuno, ma di vite possono salvarne tante.

Auto, tanto sgommare per nulla (velocità reale e velocità percepita),

10 ago

Su fb è nato il gruppo Zona 30. Qui alcuni spunti di riflessione su auto e velocità/sicurezza, auto e velocità  reale/velocità percepita.

Ridurre la velocità media dei mezzi a motore di un solo chilometro orario farebbe diminuire la mortalità del quattro per cento le vittime della strada nel nostro Paese.

La letteratura scientifica da diversi anni offre resoconti estremamente particolareggiati sul nesso velocità-mortalità. I neurologi spiegano che sopra i 30 all’ora i nostri sensi e le nostre percezioni si alterano, perdono nitidezza. A quella stessa velocità l’impatto con un auto corrisponde per un pedone alla caduta libera da tre metri d’altezza. Investire una persona a 50, a 75 o a 100 all’ora equivale a spingerla giù dal balcone del terzo, del settimo o del tredicesimo piano di un palazzo, quaranta e rotti metri senza nessun telone dei pompieri ad attutire il colpo. Inoltre per fermare un veicolo lanciato a 50 orari servono una trentina di metri: una dozzina se ne va nella frenata vera e propria, mentre una quindicina corrono via prima che il guidatore riesca a reagire (si stima che il tempo di risposta sia pari a un secondo). In pratica se a 50 all’ora ci si accorge di un pedone quando è a meno di 15 metri dal cofano, l’urto avverrà esattamente a 50 all’ora. E’ stato anche stimato che ridurre di un solo chilometro orario la velocità media nel nostro Paese farebbe diminuire la mortalità del quattro per cento. Rinunciare a un chilometro in cambio di 160 italiani vivi in più è assurdo? E rinunciare a una ventina di chilometri orari in cambio del dimezzamento dei decessi su strada ha senso oppure no?

Bene, pensiamo ora a tutte le regole che (nel nostro interesse) hanno costretto i bar a mettere le bustine al posto delle vecchie zuccheriere col cucchiaino, a quelle che definiscono le sostanze che è lecito utilizzare nella fabbricazione di giochi per bambini, a quelle che precisano i livelli massimi di ciascun componente delle vernici con cui pitturiamo le pareti di casa… La nostra quotidianità cambia anche col cambiare delle regole. E dunque: non è strano che l’Unione Europea non abbia sentito l’esigenza di un Codice della Strada comunitario e di una direttiva sulla velocità dei veicoli? E non è altrettanto strano che il nostro Codice della Strada ammetta ancora oggi nelle città, dove c’è un elevata concentrazioni di ciclisti e pedoni, una velocità sicuramente capace di nuocere?

Sia chiaro: puntare a una mobilità più sicura e sostenibile attraverso la via legislativa non è il mio cavillo di battaglia. Mi piacerebbe poter fare affidamento sull’educazione dei miei concittadini, contare su un senso civico talmente elevato da rendere superflua qualsiasi aggiunta alla stringata formulazione della Convenzione di Ginevra: ogni conducente di veicoli deve conservare costantemente il controllo della propria velocità e condurre in maniera ragionevole e prudente.

In attesa della realizzazione di questo fantastico progresso sociale e culturale, è arrivato il momento di ridurre la velocità urbana. Potrebbe farlo il Governo, il Parlamento, i sindaci. Ma sicuramente è impopolare abbassare i limiti da 50 a 30 o a 20 chilometri orari. Un cinico potrebbe ipotizzare che c’è chi preferisce perdere migliaia di elettori l’anno in incidenti stradali che avere tante persone in buona salute e perdere però il consenso. Anzi, la maggioranza degli amministratori locali ritiene che la moderazione della velocità nel loro Comune sia impossibile, ridicola, non plausibile perché non si può chiedere all’automobilista di utilizzare a un decimo delle sue possibilità una cosa che arriva a 200 all’ora. Ma come? E perché non sarebbe verosimile? Tra gli automobilisti già oggi c’è una distanza enorme tra la velocità reale e quella percepita. Credono di andare forte perché hanno un motore in grado di farlo, però a conti fatti nelle grandi città viaggiano sempre sotto i 30 all’ora. A Torino gli spostamenti in auto si effettuano in media a 26 kmh, a Genova a 25, a Roma a 23, a Milano a 22, a Napoli a 21 e a Palermo addirittura a 20. Nel traffico, è chiaro, si corre solo se c’è un tratto libero, magari tra un semaforo e l’altro. Ed è uno sforzo oltreché pericoloso per se stessi e gli altri anche abbastanza inutile: vari test su strada confermano che la guida aggressiva in città può far risparmiare una sessantina di secondi ogni dieci chilometri…

Tanto sgommare per nulla.

#sic: la bici è una melanzana

3 ago

Può sembrare un complicato esercizio di equilibrismo, ma trovo che ci sia una qualche simmetria tra le vicende dello slow food e della slow city, tra la bicicletta e la melanzana di Rotonda, il lardo di colonnata o il pistacchio di Bronte. Negli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta – in piena McDonaldizzazione delle nostre città e di martellante propaganda del Mulino Bianco tesa a trasmettere la suggestione che l’eredità della tradizione e delle cose buone di una volta fosse stata sapientemente impacchettata nelle confezioni di merendine e biscotti industriali – chi ragionava di prodotti tipici, di qualità e biodiversità agroalimentare era considerato snob, naif, un ingenuotto incapace di affrontare con adulta serietà i problemi più importanti e l’insieme dei rischi e delle occasioni legato alla globalizzazione. Anche Slow Food, al debutto, nell’immaginario collettivo era un’allegra combriccola di edonisti, gente con la pancetta e le gote perennemente arrossate dal vino, che aveva tempo e soldi da spendere per starsene seduta in osteria a gozzovigliare con costosi cibi di nicchia.

Eppure quella smania del mangiar bene, quella capacità di cogliere le opportunità offerte dalla tradizione per trasformarle in fattori di modernità, sostenibilità e sviluppo economico hanno avviato e sostenuto una trasformazione del modo di produrre e del modo di consumare. Se oggi l’Italia del biologico da sola vale tre miliardi di euro (il 15% del fatturato europeo) e se un’organizzazione di categoria come Coldiretti (in passato arroccata nella difesa di pesticidi e fitofarmaci) insiste ora su chilometro zero, filiera corta, valorizzazione della tipicità, agricoltura di qualità e sicurezza alimentare, il merito è anche di chi – dal Petrini di Slow Food al Realacci di Legambiente – ha avuto l’intuizione di portare il tema della melanzana di Rotonda dal tavolo di un’osteria a quello delle decisioni politiche ed economiche.

A uno sguardo superficiale pure quello della ciclabilità urbana può apparire tema marginale e naif. In realtà analogamente alla riflessione sul mangiare meglio, anche il muoversi meglio sottende valutazioni e aspettative più articolate sulla necessità di ripensare le nostre città, il modo di attraversarle e di viverle. In altre parole: come il prodotto tipico degli anni Ottanta, la bici non è oggi relegata nello stretto recinto del gusto (“mi piace pedalare”) e non è certamente nemmeno il veicolo fricchettone e alternativo: è una chiave di lettura e una proposta di cambiamento multidimensionale (degli stili di vita, della sicurezza, dei livelli di inquinamento addirittura del modo di costruire e fagocitare suolo agricolo o naturale) che può contare su una base di consenso assai più estesa di quel che si è portati a credere, su una forte carica di appeal e su una capacità di convincimento/coinvolgimento intergenerazionale maggiore rispetto ad altre soluzioni (il trasporto collettivo, ad esempio) su cui giustamente si è molto puntato finora e la cui efficienza resta la chiave di volta per mettere in rete gli spazi  che compongono le aree metropolitane.

La bici, insomma, è un mezzo di trasporto e un mezzo di comunicazione, uno degli strumenti a disposizione dei cittadini, delle associazioni e degli amministratori pubblici per rendere più armonica e sostenibile la mobilità e nello stesso tempo è un media che, su strada, rende più evidenti i paradossi contemporanei della velocità (il veicolo teoricamente più lento si muove più rapidamente della celerissima auto), della trasformazione in non luoghi delle agorà (vie e piazze urbane sono ora destinate non più alla socialità e all’incontro ma allo scontro e alla conflittualità), dell’insicurezza che carica di rischio attività banalissime come l’andare quotidianamente a scuola, a fare la spesa, al lavoro (è nelle aree urbane che avvengono i tre quarti degli incidenti stradali), degli straordinari costi individuali e collettivi dell’ingorgo. Costi sociali, economici e sanitari. E’ come la melanzana di Rotonda degli anni Ottanta, è la zucca che può trasformare l’immobilità attuale in mobilità sostenibile.

Da qualche anno, peraltro, la bici ha già smesso di essere il mezzo sfigato degli sfigati, l’abito dell’eccentrico, il rimprovero itinerante mosso dall’altermondismo alla società consumista e sprecona. L’hanno capito tanti di quelli che la bicicletta la usano e alcuni attenti osservatori di tendenze metropolitane (primi fra tutti i pubblicitari, gli stilisti…) che hanno però intercettato solo l’aspetto frivolo e modaiolo del mezzo, importante sì in quanto stimola comportamenti virtuosi, ma effimero come tutte le mode. Adesso è arrivata #salvaiciclisti, che tra i tanti secondo me ha avuto due meriti eccezionali. Il primo è legato al tempo, che i greci definivano con due parole diverse, kronos e kairos, distinguendo il tempo logico e sequenziale, dal tempo di qualità, dal momento opportuno, dal carpe diem. Ecco, #salvaiciclisti non è successa casualmente in un certo punto del calendario, ha colto l’attimo, è un movimento esploso al momento opportuno, tre anni fa non avrebbe mai avuto una tale visibilità e una analoga incisività. Segnalo questo non per sminuire le capacità (straordinarie) dei tanti che hanno animato questa esperienza (anzi, ci si accorge dell’esistenza di un’occasione da cogliere solo se qualcuno è stato in grado di coglierla), ma per introdurre un altro elemento assai significativo di #salvaiciclisti: questo movimento orizzontale ha potuto procedere spedito, perché c’era già una base ampia pronta a sostenerlo e ha così avuto gioco facile nel far emergere che dietro il recente sdoganamento della bicicletta c’è – ed è questa la cosa più importante – non una moda, non la rivendicazione per una rastrelliera o un pezzetto di ciclabile, ma una proposta politica di completa ristrutturazione della mobilità e delle città. Un’esigenza forte, diffusa – ovviamente non solo tra i 50mila che hanno partecipato alla manifestazione romana dei Fori Imperiali – che mira a rendere i centri urbani più sani, più sostenibili, più attenti alla qualità della vita, alle regole e alle relazioni sociali. E c’è il rifiuto di un modello di mobilità urbana, quella individuale motorizzata, che ha fatto il suo tempo, non è più in grado di assicurare gli spostamenti senza generare una lunga serie di esternalità negative, a partire dal tempo perso e dall’inefficienza economica ed energetica per arrivare allo smog, al rumore, ai troppi morti sulle strade.

In questo movimento orizzontale – apparentemente concentrato solo sulla sicurezza di chi pedala – c’è la convinzione, più o meno forte, che la tendenza alla frammentazione, allo slabbramento del corpo urbano, da noi più vistosa che altrove, è anche figlia dell’automobile, divenuta “il” mezzo di trasporto mentre treno, bus e metropolitane (laddove ci sono) – e i piedi o le biciclette – si spartiscono solo brandelli marginali di mobilità. Le macchine hanno reso plausibile – al prezzo di tempo perso, inquinamento, ingorghi, incidentalità – la scelta di costruire quartieri, uffici, università, ospedali e megastore distanti decine di chilometri e scollegati dalle reti del trasporto pubblico. L’auto apparentemente ha accorciato le distanze, nei fatti le ha moltiplicate. Questo modello, perdente da tutti i punti di vista, deve essere completamente ripensato, restituendo ai quartieri l’insieme delle loro funzioni residen­ziali, commerciali, terziarie e ricreative e facendo in modo che queste siano raggiungibili a piedi, in bici o con i mezzi pubblici, con il duplice risultato di ridurre la domanda di mobilità e di dare dignità e identità alle tante città dormitorio che costellano la città diffusa. E’ un processo complesso, dal momento che i centri abitati sono fatti di mattoni e cemento e non coi pezzi del Lego smontabili e ricomponibili a piacimento. E credo che in pochi all’interno di #salvaiciclisti pensino alla bicicletta come panacea di tutte le patologie urbane. Tuttavia c’è la consapevolezza che la bici, la mobilità leggera e non motorizzata, possa diffondere un sentimento di maggior cura di se stessi e della cosa pubblica, delle relazioni sociali, della nostra salute fisica e mentale e dei posti in cui viviamo.

Affinché #salvaiciclisti in futuro non sia solo il ricordo di una bella manifestazione intorno al Colosseo, deve enfatizzare e rendere strutturali alcuni degli elementi che hanno contribuito al suo successo. La leggerezza, l’orizzontalità e la trasversalità del movimento hanno favorito il dialogo tra gruppi, organizzazioni e associazioni diverse che spesso, pur occupandosi di temi analoghi, tendono a marcare le differenze piuttosto che a trovare punti di impegno comune. Continuare a mettere in rete l’insieme dei soggetti che si occupano di qualità urbana (piccole e grandi associazioni ambientaliste, mamme antismog, critical mass, organizzazioni dei familiari delle vittime della strada, comitati pendolari e di quartiere, ciclofficine, pensionati che coltivano piccoli orti urbani e ragazzi che fanno azioni di guerrilla gardening…) è un obiettivo sicuramente alla portata di #salvaiciclisti se anche le organizzazioni già strutturate e presenti sul territorio capiranno l’importanza di un “contenitore” condiviso della domanda di qualità urbana e continueranno a pompare aria fresca, in un continuo gioco di sponda, dentro #salvaiciclisti.

C’è un altro aspetto che potrà dare ulteriore concretezza a questa esperienza: non concentrarsi in maniera esclusiva sulla bicicletta, ma inserire sempre il tema della ciclabilità urbana all’interno del più ampio ragionamento sulla mobilità. Bisogna puntare al muoversi bene, non a una contrapposizione tra categorie di utenti di veicoli diversi. Sarà necessario, infine, trovare strumenti per marcare stretti gli amministratori pubblici, locali e nazionali. Un modo nuovo di guardare alla mobilità da parte dei cittadini, infatti, non potrà mai realizzarsi davvero senza un cambio di passo di chi i centri urbani li governa, spesso con scarsa lungimiranza, mancanza di coraggio e di modernità. Non spero che #salvaiciclisti faccia nei confronti della politica lobby come fanno i farmacisti e i notai. Spero che la faccia meglio, molto meglio, perché non c’è becera difesa degli interessi di categoria, ma cura del bene comune, nel chiedere e pretendere dagli amministratori pubblici che in città ci sia un’efficiente sistema di trasporti che consenta a pedoni, ciclisti e passeggeri di bus, tram e metropolitane di andare ovunque rapidamente, comodamente, senza rischi, senza smog, senza rumore.

Usare la testa non solo per poggiarci il casco

2 ago

La discussione sull’obbligatorietà o meno del  caschetto per i ciclisti continuerà a lungo e dividerà (inutilmente a mio giudizio) le persone in favorevoli e contrarie, facendo il gioco di chi (come ho già detto) mira a spostare l’attenzione dal reale busillis. Chiedo a tutti di usare la testa per ragionare e non come piedistallo per il casco. Proviamo?

1) A cosa serve il casco? A limitare i danni alla testa in caso di incidente.

2) Cosa provoca l’incidente? I ciclisti possono cadere da soli, scivolare, perdere l’equilibrio. Tuttavia la totalità degli oltre 260 incidenti mortali del 2010 (l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi) si verifica sempre – e sottolineo sempre – in seguito a un urto con un veicolo a motore.

3) Cosa determina la gravità dell’incidente? Le conseguenze dell’impatto tra un ciclista e un veicolo a motore sono direttamente proporzionali alla velocità del veicolo. Investire una persona a 50, a 75 o a 100 all’ora equivale a spingerla giù dal balcone del terzo, del settimo o del tredicesimo piano di un palazzo.

4) Serve il casco? In alcuni casi sì, ma nell’impatto con un veicolo che viaggia a 50 all’ora (talora anche meno) no. Diversi studi internazionali sottolineano che il suo uso riduce in maniera poco significativa la mortalità. Avevano tutti il caschetto, ad esempio, gli otto ciclisti uccisi a Lamezia Terme, falciati da un’automobile.

5) A questo punto c’è il domandone: ammettiamo per assurdo che il casco contribuisca a dimezzare la mortalità tra i ciclisti. Si tratta di 130 vittime in meno ogni anno. E’ un bel numero o no? E risparmiare 130 vite non giustificherebbe l’obbligatorietà del casco? Che rispondete?

E allora: considerando che le vittime sono 260 e che si possono salvare tutte limitando la velocità dei veicoli a motore, perché molti (a partire da Quattroruote) parlano di obbligatorietà del casco e non di obbligatorietà di una velocità massima per i veicoli a motore nelle aree urbane di 20 o 30 chilometri orari? E invece che di questo si parla del casco…  come se per le nostre città si aggirasse un cecchino e la polizia, anziché dargli la caccia, invitasse gli abitanti a comprarsi un bel giubbotto antiproiettile…

Possiamo continuare a parlare per giorni, mesi, anni, ma pedoni e ciclisti uccisi non muoiono perché non hanno il casco, ma perché qualcuno li mette sotto. Volete che vi dica che il casco è utile? Non solo lo dico, lo uso pure. Ma a salvare la mia pelle e la vostra, purtroppo, non sarà il caschetto, ma l’impossibilità che un’auto possa legalmente viaggiare a una velocità in grado di ucciderci.

Il casco, ovvero strategie di distrazione di massa

1 ago

Potrebbe sembrare che il mensile Quattroruote, pubblicando un articolo in cui addebita quasi esclusivamente al mancato uso del casco l’elevata mortalità di ciclisti in incidenti stradali, abbia peccato solo di incompetenza e superficialità. In parte è così, dal momento che i redattori di quella rivista non sono giornalisti, ma agiografi e pubblicitari dell’automobile, come ben evidenziato dal fatto che descrivono tutti i modelli (anche la mitica Duna!) solo in base ai loro pregi e mai per i loro difetti.

Tuttavia qui non si tratta solo di incompetenza. In realtà quella di puntare l’attenzione sul caschetto è soprattutto una stantia tecnica di distrazione di massa utilizzata dagli organi di (dis)informazione. Dal momento che #salvaiciclisti è riuscita come non mai a mettere al centro del dibattito il tema della sicurezza di chi usa la bicicletta come mezzo di trasporto, le truppe mercenarie al soldo dell’industria dell’auto passano al contrattacco e cercano di cambiare discorso. #salvaiciclisti propone i 30 all’ora nei centri urbani? #salvaiciclisti propone la chiusura al traffico motorizzato di aree vaste all’interno delle città? Bene, Quattroruote replica, non entrando nel merito (ché per loro sarebbe pericoloso), ma cambiando discorso, distraendo, dicendo che il problema è un altro e che le priorità sono altre ancora.

Politici e giornalisti sono maestri in questa tecnica dell’altrismo. Il problema è sempre un altro. Le priorità sono sempre altre. Le responsabilità vanno addebitate sempre a qualcun altro. Ricordo ad esempio un Totò Cuffaro (vasa vasa) ospite da Santoro quand’era ancora governatore siciliano. Travaglio gli chiede come mai abbia così tanti amici mafiosi. E vasa vasa risponde: Santoro guadagna troppo. Non c’entra niente con la domanda, è ovvio, ma in una parte dei telespettatori stimola una sinapsi che li porta ad accantonare la domanda sulle sue frequentazioni con la criminalità organizzata e a ragionare sulla retribuzione di Santoro. Ora, per rimanere all’esempio, magari è vero che Santoro guadagna troppo, ma l’elemento centrale resta quello che vasa vasa è un mafioso, come ha riconosciuto il tribunale condannando Totò Cuffaro definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a cosa nostra.

Il caso del caschetto segue lo stesso schema. Limitando la velocità dei veicoli a 20 o a 30 all’ora si potrebbero evitare circa mille morti l’anno tra ciclisti e pedoni, ma Quattroruote svia l’attenzione da questa misura (ovviamente invisa ai produttori di quattroruote) e replica: “bisogna rendere obbligatorio il caschetto“.

In conclusione credo la vicenda  Quattroruote confermi che #salvaiciclisti ha colto nel segno, che diamo fastidio e che cercano di metterci la sordina perché cominciano ad avere paura (industria dell’auto, giornalisti dell’indotto e amministratori incapaci e desiderosi di non modificare lo statu quo) che qualcosa possa cambiare davvero, che qualche altro sindaco (lo ha già fatto Saronno) possa davvero imporre il limite di 30 all’ora in tutto il centro abitato e che magari qualcuno si spinga ancora più in là rendendosi conto che in centri urbano che hanno un diametro massimo di 4 o 5 chilometri (si tratta del 75% dei capoluoghi) si possa fare completamente a meno dell’auto.

Quindi sta a noi: non dobbiamo dividerci sull’uso del caschetto, ma continuare compatti la marcia verso città a misura di bicicletta.

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