Rm-To in bicicletta per il Bike Pride #salvaiciclisti

22 mag

Il 3 giugno a Torino, con partenza alle ore 15.00 dal Parco del Valentino, ci sarà il Bike Pride una grande parata di biciclette festose provenienti da tutta Italia che inonderà la città per chiedere alle amministrazioni interventi concreti a favore della ciclabilità e della sicurezza dei ciclisti. Questa edizione sarà sotto il segno di #salvaiciclisti, in continuità con la grande manifestazione tenutasi il 28 aprile a Roma.

Per l’occasione, Alessandro di amicoinviaggio, ha deciso di dare visibilità all’evento e a #salvaiciclisti, pedalando per tutto il tragitto da Roma a Torino. Abbiamo fatto alcune domande ad Alessandro per saperne di più (l’intervista originale è stata pubblicata su bicizen).

Come nasce l’idea del viaggio Roma – Torino?

Dalla voglia di partire per l’ennesimo viaggio in bicicletta, innanzitutto. Però questa è anche la prima volta che mi viene in mente di “associarlo” a qualche causa o messaggio importante, nello specifico all’evento Bike Pride/#salvaiciclisti. Come già successo in passato infatti, sicuramente farò diversi incontri e conoscenze lungo la strada, come al solito la gente mi chiederà dove vado con una bicicletta così carica e perché, e a quel punto non aspetto altro di rispondere che andrò a Torino per il Bike Pride del 3 giugno, che si tratta di un appuntamento importante oltre che divertente, organizzato insieme a #salvaiciclisti, una campagna che da più di tre mesi sta chiedendo alla politica interventi mirati per la sicurezza in strada di chi si muove a piedi e in bicicletta

Per questa avventura, sarai da solo o avrai dei compagni di viaggio?

Partirò da solo ma chi vuole può aggregarsi per fare qualche chilometro in mia compagnia, seguendo gli aggiornamenti che ogni tanto pubblicherò sul sito e sapendo quindi dove mi trovo. Ad esempio nelle tappe Siena – Firenze e forse anche Firenze – Pisa ci sarà con me Luca dell’associazione Fiab Firenze. Ad ogni modo non si è mai soli in un viaggio del genere, anzi,più si parte soli e più si finisce in compagnia. Un cicloviaggiatore suscita sempre simpatia e curiosità tra i passanti; le persone spesso ti fermano, ti chiedono, hanno voglia di scambiare quattro chiacchiere. Cosa che invece succede di meno se si viaggia con qualcuno. Le prime tre sere inoltre mi fermerò presso delle strutture religiose lungo il percorso della via Francigena, dove sicuramente ci sarà modo di conoscere altri pellegrini, che più probabilmente a differenza mia staranno procedendo verso sud, in direzione di Roma.

Che cosa ti aspetti da questa esperienza?

L’obiettivo è far conoscere #salvaiciclisti e diffonderne il messaggio a quante più persone possibile. Anche per questo monterò sulla bicicletta una bandiera con il logo della campagna che porterò con me a Torino. Sul web in molti ne sono già al corrente ma così non è per chi non è un assiduo frequentatore di internet. E’ necessario e utile mostrarsi in strada, parlare con le persone dal vivo, metterci la faccia. A Roma tutto questo è già stato fatto il 28 aprile, con il Bike Pride sarà lo stesso a Torino, e io nel mio piccolo farò ciò che posso nei 700 chilometri che separano le due città.

Che cosa rappresenta per te #salvaiciclisti?

#Salvaiciclisti per me è un’occasione unica di coinvolgimento delle persone nel miglioramento delle proprie città. Non è una campagna pro-ciclisti né tanto meno anti-automobilisti. #Salvaiciclisti rappresenta la prima importante tappa di un processo che definirei “olandizzazione”, e che vorrei investisse presto l’Italia, un Paese che sulle questioni della mobilità sostenibile è indietro anni luce rispetto al nord Europa. Più in generale #salvaiciclisti è stato un modello esemplare di cittadinanza attiva e di partecipazione.

Quali saranno a tuo avviso  i risultati futuri del movimento “#salvaiciclisti”?

È difficile dire quali saranno i risultati e probabilmente non sono nemmeno la persona indicata a rispondere. Posso dire però quali sono le mie speranze: vedere circolare sempre più biciclette, non leggere più notizie di incidenti mortali tra i ciclisti in città, insomma, portare a termine l’olandizzazione che ho citato prima. Non dobbiamo inventare nulla per fortuna, in altri paesi le cose funzionano, si tratta semplicemente di copiare.

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